martedì 7 maggio 2013

BILANCIO PROVVISORIO SULLE RECENTI TORNATE CONCORSUALI.

Dopo uno stallo impressionantemente lungo nel tempo (in barba a norme che prevedono bandi per concorsi pubblici con cadenze regolari), con gli ultimi Ministri Gelmini e Profumo è sembrato che al MIUR i concorsi siano tornati di moda. Per tutti e a pieno ritmo. Quello che però è evidente è il non funzionamento delle procedure, del tutto fuori da qualunque parametro europeo per tempi, modalità e risultati conseguiti.
Ancora una volta un’imbarazzante prova di inefficienza, incapacità ed improduttività: saranno quelle le vere tre “i” di cui si favoleggiava tempo fa?
Il concorso per DT è durato cinque anni (il bando è del 2008: cinque anni! in quale Paese europeo un concorso si protrae così a lungo?): alla prova preselettiva si sono presentate migliaia di concorrenti (visto che l’unico requisito richiesto era l’anzianità di servizio di almeno nove anni: non è il caso di riflettere sulla sensatezza di ciò?), ridotti a 900 agli scritti. Notevolissima falcidie, accentuata ulteriore dalla drastica selezione agli scritti (79 ammessi) e dagli orali. Conclusione: promossi 55 su 145 posti messi a bando! Risultato raggiunto? Valeva la pena di mettere in piedi una procedura così complessa per tale miserevole esito? La montagna ha partorito il topolino: e continuiamo a permetterci follie economicamente dispendiose! Il nuovo Ministro è stato informato di questa brillante performance? Non viene a nessuno il sospetto che non si possa continuare così? Questi benedetti DT (la famosa “terza gamba” del Sistema Nazionale di Valutazione) servono? In che numero? Sarebbero urgenti delle risposte in merito. Discorso a a parte meriterebbe come ha operato la Commissione, quali criteri di trasparenza sono (o non sono!) stati preventivamente comunicati, quante prove siano state corrette,ecc… Su tutto questo prevedibilmente si trascinerà un lungo contenzioso giuridico. E uno!






Il concorso a DS è un’accozzaglia di casistiche diverse da Regione a Regione: commissioni cambiate più e più volte (è il caso, ad es., del Piemonte: ma sarebbe interessante sapere dove la commissione ha mantenuto la stessa composizione dall’inizio alla fine dei lavori, considerato l’irrisorio compenso previsto!), prove diversissime da luogo a luogo e diversissime valutazioni, Regioni che hanno concluso da tempo la procedura e altre (Lombardia, Toscana, ecc..) che sono ferme per evidenti irregolarità riscontrate. Anche qui il concorso è diventato materia di ricorsi plurimi. Ma nessuno pone una domanda, secondo me, dirimente. C’è ancora in Italia un sistema scolastico unitario? Come è possibile una così macroscopica differenza di trattamento da Regione a Regione? Come e perché  tutti, Sindacati in primis, possono accettare che ciò avvenga? Dopo tanto cianciare di federalismo e di localismo, questo è il primo concorso che di nazionale non ha nulla, ma evidenzia tutti i mali derivanti dall’assenza di regole uguali per tutti su tutto il territorio nazionale. Va da sé che neppure questo concorso ha conseguito i risultati per cui era stato bandito. Conclusione (assolutamente provvisoria!): tantissime scuole senza Dirigente. Continueremo così anche in futuro? Nessuno provvederà in tempi rapidissimi a modificare bando e procedure? perché non pensare ad un corso (per coloro che hanno maturato titoli professionali e culturali e non solo per l’anzianità di servizio) e ad un concorso che verifichi il conseguimento di competenze che devono (dovrebbero) essere le stesse in tutta Italia? E due.
Il “concorsone” a cattedre: questo è attualmente sotto gli occhi di tutti. E già i conti non tornano: i posti disponibili saranno molto meno di quelli promessi, visto lo scarso numero di pensionamenti. Che prove sono state proposte, quali criteri di valutazione, come operano le commissioni, a che punto dei lavori si è, ovviamente anche qui diverso da Regione a Regione? E’ tutto un guazzabuglio, un pasticcio. Come lo è stato la partenza. Identikit del concorrente tipo: età ben oltre la trentina; di sesso femminile; prevalentemente del Sud. Questo era il concorso che avrebbe dovuto immettere nuove forze, nuova linfa nella scuola e magari correggere l’evidente sproporzione tra maschi e femmine (qualcuno, scherzanod, ma neppure troppo, propone delle “quote azzurro” per la scuola!)? Beh, comunque sarebbe stato immediatamente seguito da un altro concorso da bandire in primavera, l’ex Ministro l’ha più volte ripetuto: ma quest’ultimo è svaporato, non se ne ha più notizia alcuna. E tre.
Resta l’ edificante questione dei TFA e dei TFA speciali, il radioso futuro promesso in sostituzione delle tanto vituperate SSIS, che sono durate solo un decennio e per cinque anni non sono state sostituite da nulla (ergo, per cinque anni nessuno ha potuto abilitarsi!). Troppo lungo un biennio di specializzazione per conseguire l’abilitazione all’insegnamento: accorciamo, tanto di posti di lavoro ce ne sono a bizzeffe! In un anno ci si può benissimo abilitare, se si cura una proficua collaborazione tra mondo della scuola e mondo della ricerca. Ammesso che ciò sia vero, chi doveva curarla, la proficua collaborazione? Scuola e Università continuano ad essere due realtà assolutamente non comunicanti (di comune hanno solo l’apparenza di un Ministero) e i TFA sono l’ennesima esibizione di teoria destituita di concretezza. E quattro.
Mi sembra un bilancio fallimentare da tutti i punti di vista. In fondo non è altro che l’inevitabile conclusione di un trentennio in cui non si è governata la scuola, la si è lasciata andare, affidandola alla buona volontà di chi ci credeva e ci lavorava dentro con passione. Senza alcuna preoccupazione per strutturare un serio e duraturo sistema di formazione e di reclutamento di docenti, dirigenti, ispettori. Senza alcuna reale volontà di creare una carriera docente, che avrebbe anche naturalmente permesso un ricambio generazionale all’interno. Ora docenti di sessant’anni e più continuano a relazionarsi con adolescenti di quindici anni, con l’unica speranza di andare, prima o poi, in pensione. E i giovani professori di quasi quarant’anni agognano ad un contratto a tempo indeterminato, altra dizione che non ha molto di europeo. E i DS sono molto più preoccupati di ottemperare alle norme sulla sicurezza (altra italica ipocrisia) e di non rimetterci soldi di tasca propria che di fare i manager (altra barzelletta: con quale preparazione pregressa e con quali disponibilità finanziarie?). E i DT: già, cosa sono poi ‘sti benedetti DT?
Qualcuno dovrebbe dirlo al Ministro, che questi sono alcuni dei problemi di fondo, oltre alla sicurezza degli edifici, alla dispersione scolastica, alle troppe difficoltà economiche in cui versano gli Istituti.
Ma di questi problemi almeno si parla. Di questi, che sembrano (ma non sono!) da addetti ai lavori, invece no. Se si continuerà a non affrontarli, potremmo anche avere aule informatizzate, tablet per tutti, edifici a norma, ma il nostro sistema scolastico sarà sempre carente e inadeguato.
                                                                 

Stefano Casarino



Stefano Casarino
Savona, 28/08/1961
Scuola secondaria di secondo grado
Istituto d’Istruzione Superiore “Beccaria - Govone”


Stefano Casarino, docente di Latino e Greco nell'Istituto di Istruzione Superiore "Vasco-Beccaria-Govone" di Mondovì (CN), è stato Professore a contratto dell'Università agli Studi di Genova e Direttore di molti corsi di aggiornamento per docenti. Attualmente è Presidente della Delegazione di Cuneo dell'A.I.C.C. (Associazione Italiana Cultura Classica), membro scientifico della S.I.A.C. (Società Italiana Amici di Cicerone) e collaboratore di riviste culturali e didattiche.


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