giovedì 13 giugno 2013

UN ABITO SU MISURA

di Giusy Franzese


Il 90% degli ex operai della Smai, un gruppetto di 140 persone ad esempio, è stato assunto da una piccola azienda della zona che voleva diversificarsi ed espandere. La Csi, nata nel 1980, fino al 2009 aveva una trentina di dipendenti. Dalla produzione di piccoli impianti per edilizia aveva iniziato a occuparsi di installazione e manutenzione di apparati per l’illuminazione pubblica, e progettava di entrare nel campo del fotovoltaico e delle certificazioni energetiche. Ma il personale non bastava, ne serviva altro, soprattutto qualificato. In zona non c’era e l’azienda di certo non aveva i soldi per finanziare dei corsi di formazione.

La Csi no, ma Fondimpresa sì. E il caso ha voluto che - questo fondo interprofessionale creato da Confindustria, Cgil Cisl e Uil - proprio nel 2010 aveva emesso un bando di 50 milioni di euro per il recupero professionale di lavoratori in mobilità. Per gli ex operai della Smai era un’occasione da non perdere anche se significava tornare per parecchie ore al giorno, per 10 mesi di seguito, sui banchi di scuola. E senza ricevere nulla in aggiunta all’assegno di mobilità.




Ma alla fine il sacrificio ha pagato: i 140 sono stati tutti assunti dalla Csi che ha potuto usufruire di operai formati sulla base delle sue specifiche esigenze produttive. Come aver commissionato, gratis, un abito su misura ad un sarto di grande esperienza.

È andata così anche a Lecce, dove con un percorso simile 116 lavoratori sono passati dalla produzione di sigarette per la British Tobacco, una multinazionale che a un certo punto ha deciso di lasciare l’Italia, alla produzione di carrelli portavivande per aerei prodotti dalla Iacobucci. E poi a Sassuolo, a Padova, La Spezia, Bergamo. Il libro è una carrellata di storie di chi ce l’ha fatta.

http://www.ilmessaggero.it/ECONOMIA/crisi_occupazione_formazione_lavoro/notizie/291126.shtml

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