giovedì 19 settembre 2013

Intervista con l'economista Amoroso: Impoveriscono i ceti medi e proletari e lo chiamano “risanamento”.

di Francesco Toscano

Quindi il neoliberismo non ha fallito
Proprio per nulla. Il neoliberismo sta realizzando quello che tutti si aspettavano che realizzasse. Non c’è nulla di casuale in quello che accade. La globalizzazione è in buona sostanza una forma di apartheid sociale.

Da cosa desume con certezza la circostanza che la povertà dilagante non sia il risultato di politiche inefficaci prese in buona fede quanto il risultato di un lucido disegno stabilito ex ante?
Senta, le faccio un ragionamento semplice semplice. A detta di tutti la famosa crisi tuttora in atto parte nel 2008 con il fallimento di alcuni colossi americani. Una crisi figlia di una architettura giuridica e istituzionale che alla prova dei fatti ha fallito producendo a cascata danni su scala planetaria. Se i governanti fossero stati in buona fede, cosa avrebbero dovuto fare per impedire il ripetersi di una simile sciagura? Avrebbero dovuto approvare regole nuove e diverse. Siamo d’accordo? E invece cosa hanno fatto? Nulla. Zero. Il financial board non serve a niente mentre  a nessuno è venuto in mente di tornare allo spirito dello Steagall Act di rooseveltiana memoria. Non solo nessuno ha fatto nulla ma, ne sono certo, c’è perfino chi manovra nell’ombra al fine di preparare  le condizioni per permettere il rapido esplodere di un nuovo collasso finanziario da “tamponare” mettendo le mani sui risparmi dei cittadini. In Italia solo il Movimento 5 Stelle ha avanzato una proposta di buon senso presentando un progetto di legge tendente a separare le banche speculative da quelle dedite alla gestione del risparmio. Per il resto buio assoluto.
 
 
 
 
In tutto questo continua ad aleggiare un mistero. Perché la sinistra, storicamente nata con il compito di tutelare i più deboli, continua a prestare il fianco ad una operazione geopolitica sostanzialmente iniqua ed elitaria?
Perché è cambiato il rapporto tra politica e potere. Un tempo le forze progressiste difendevano per costituzione la classi povere cercando uno sponda tattica fra i ceti medi e medio bassi. Stavano insomma dalla parte degli “sfruttati della terra”. La sinistra di oggi invece che fa? Galleggia pensando di rappresentare gli interessi di alcune specifiche categorie sempre sotto l’ombrello protettivo dei soliti potentati finanziari. Anzi, oramai esprimono una classe dirigente che proviene direttamente da quei mondi: penso a Profumo, a Passera e allo stesso Barca. Credono di poter conservare ancora a lungo una posizione di rendita rappresentando una parte di ceto medio destinato nel tempo a scomparire. Si illudono.

Ma come è stato possibile pervenire ad una realtà tanto sottile quanto antidemocratica?
Dal dopoguerra in avanti  le cose andarono bene. Esistevano anche allora cicliche crisi dalle quali però il sistema usciva nel suo insieme sempre più solido e rafforzato. Tutto cambio nel 1971, quando vennero poste le basi per il successivo scioglimento di tutte le grandi imprese. Lo studio del club di Roma del 1969 costituisce il primo serio tentativo di cambiare un paradigma culturale inclusivo fino ad allora universalmente riconosciuto. Il progressivo affermarsi della retorica sulla “competitività” ha determinato il progressivo svuotamento del welfare. Cominciarono a circolare domande del tipo: “Ma perché anche chi non lavora deve avere diritto ad un trattamento decoroso?” Rispolverare ora la vecchia contrapposizione tra capitale e lavoro non ha più alcun senso. Oggi abbiamo da una parte un capitalismo finanziario spesso parassitario che si limita a monetizzare una supremazia nel campo dei saperi attraverso ad esempio lo sfruttamento dei brevetti; dall’altra una massa di nazioni da tenere in condizioni di sottosviluppo per impedire che imparino a fare concorrenza al più ricco Occidente. Lo stesso schema si ripete poi su scala interna. La produzione è funzionale al consumo delle sole classi alte, mentre i salariati, già ridotti all’osso, vengono indotti a riscoprire nuove forme di sussistenza sulla scia di un disperato bisogno.  Sono i risparmi, semmai, che rappresentano il prossimo boccone prelibato da spolpare. Il caso Cipro rappresenta il classico esperimento propedeutico ad una azione su larga scala. Non per niente la direttiva Barnier introduce in tutta Europa il principio secondo il quale le eventuali future crisi bancarie verranno pagate direttamente attingendo al denaro depositato dai correntisti. Questo tipo di rapina verrà presto legittimato dalle norme. Naturalmente al riparo del più assordante silenzio dei principali organi di informazione.