mercoledì 23 ottobre 2013

Riflessioni sul rapporto qualità prezzo delle riviste accademiche



Non ho detto quasi niente sul tema della qualità delle riviste accademiche. Ho fatto soltanto osservare che era ben strano che uno spenda cento dollari l’anno per 52 numeri del «New Yorker» e debba spenderne invece 595 euro per due numeri di «Studi Novecenteschi». Certo sono cose diverse, osservavo, ma non poi troppo diverse dato che sempre di cultura umanistica si tratta. Ora devo aggiungere una cosa che tutti sanno e che tutti dicono serenamente in privato, e cioè che gran parte delle riviste accademiche italiane contiene moltissimi articoli che non andrebbero né scritti né tantomeno pubblicati. Moltissimi. Vengono scritti perché se non si scrive abbastanza non si hanno chances di vincere borse di studio, di dottorato, posti di ricercatore e professore. E vengono pubblicati perché... In sostanza per la stessa ragione: perché c’è bisogno di spazio per ospitare gli articoli quasi sempre irrilevanti di persone che devono vincere borse di studio, di dottorato, eccetera. Il mondo va così, e non c’è da farla tanto lunga? Certo, il mondo va anche così, e non c’è da farla lunga: gli studenti e gli studiosi sono sempre di più e i titoli non si leggono ma si contano, perché mancano il tempo, i soldi, le competenze per una seria ‘valutazione della ricerca’. Bisognerebbe che ai concorsi si presentassero non «tutte le pubblicazioni» ma solo le tre o le cinque migliori; bisognerebbe che ai giovani studiosi non venissero chiesti titoli nel concorso al dottorato, per incoraggiarli a spendere gli anni tra i 20 e i 25 in una ricerca seria e importante, invece di disperdersi in mille rivoli. Bisognerebbe...





Ciò premesso, e senza voler rifare il mondo daccapo, almeno qualche cambiamento nella gestione delle riviste accademiche mi sembra necessario, e almeno qui i comportamenti personali contano. (a) Intanto, se un editore vi offre di dirigere una nuova rivista (cosa già sospetta: l’iniziativa dovrebbe partire dagli studiosi), domandatevi perché lo fa, se dietro c’è un vero progetto culturale o se l’idea è solo quella di fare quattrini o di gonfiare i suoi ‘pacchetti’. (b) Se accettate di fare i direttori, assicuratevi di avere voce in capitolo circa il prezzo, altrimenti, nel caso di aumenti immotivati, siete ovviamente corresponsabili: ed è inutile lamentarsi se i fondi per l’università e la ricerca sono pochi se poi si contribuisce a dissiparli in questo modo. (c) Se vi chiedono di entrare nel comitato scientifico di una rivista, assicuratevi che il direttore abbia adempiuto ai punti (a) e (b). «Ho visto che fai parte del comitato scientifico della rivista X», dico a un collega. «Sì», mi risponde, «mi ha telefonato il direttore e mi ha chiesto se poteva aggiungere il mio nome agli altri, e gli ho detto di sì. Ma non è che vedo gli articoli...». Il che spiega perché ci sono «comitati scientifici» che contano dieci, venti, trenta, cinquanta membri: sono state dieci, venti, trenta, cinquanta telefonate fatte una tantum, e poi il silenzio. È chiaro che così non va bene: se uno accetta di entrare in un comitato scientifico ha la sua parte di responsabilità sia per quanto riguarda la qualità sia per quanto riguarda il prezzo della rivista. (d) Se proprio avete la smania di dirigere una rivista, meditate se non sia possibile farla soltanto online: costi di produzione ridottissimi, ampia visibilità, nessun costo per l’utente (che poi è il cittadino che paga i nostri stipendi e la nostra ricerca, e ne ha diritto). (e) Se un giorno vi trovate a dirigere una rivista che costa cinque, sette, dieci volte quello che costano le altre riviste, domandatevi se non sia il caso di rinunciare alla direzione. Se collaboravate a quella rivista, domandatevi se non sia il caso di smettere.