sabato 16 novembre 2013

Uscire a 18 anni? L’"impossibile" non è mai stato così necessario

di Aldo Tropea e Loredana Leoni


Pare dunque essere andato in porto il decreto autorizzativo della sperimentazione di un percorso che punta all'abbreviazione di un anno della secondaria di II grado. E – sia pure a partire solo dal prossimo anno scolastico - non saranno solo scuole paritarie, come sembrava prospettarsi fino a poche settimane or sono, ma anche alcune scuole statali che si erano proposte in forza delle loro esperienze didattiche, del loro legame con il territorio e con il patrimonio di rapporti con l'estero intessuto in questi anni. Inutile dire quanto opportuna sia stata la decisione di non limitare  il campo della sperimentazione al settore delle paritarie, sia perché mai come in questa occasione davvero era necessaria l'uguaglianza delle opportunità, sia perché una innovazione di questa portata deve poter essere valutata in un contesto che ne garantisca la trasferibilità in tutta la scuola pubblica. Ma non solo per questo ci pare che il decreto sia opportuno e che la sperimentazione debba essere seguita con tutta l'attenzione che merita. C'è sicuramente l'esigenza – tutt'altro che strumentale - di allineare l'età di uscita dal secondo ciclo di istruzione a 1 8 anni, come nel Regno Unito, in Francia, in Spagna e nelle scuole tecniche tedesche e svizzere. C'è, poi, la constatazione che i risultati di apprendimento rilevati dalle indagini Ocse non hanno correlazione alcuna con la durata del percorso scolastico. E c'è l'insofferenza dei giovani per una troppo lunga condizione di isolamento dalle concrete problematiche e opportunità offerte dai territori, causa non ultima della loro crescente demotivazione.
Naturalmente l'affermazione che basterebbe ridurre di un anno la durata degli studi ha lo stessa
credibilità di quella che, al contrario, rivendica come toccasana l'aumento delle discipline studiate, del monte-ore e dei docenti. Ossia nessuna, perché la questione non è quantitativa ma di qualità delle didattica e di formazione degli operatori. Siamo convinti che le "Linee guida" per l'implementazione del nuovo ordinamento negli istituti tecnici e professionali, con la duplice indicazione della didattica per l'acquisizione di competenze e della flessibilità organizzativa, costituiscano uno dei punti significativi della riflessione pedagogica del nostro paese. In misura diversa, del resto, anche le Indicazioni per i licei convergono su questa prospettiva in cui confluiscono decenni di esperienze, dai "progetti assistiti" ministeriali di ormai lontana memoria alle aree di progetto su commessa, alle imprese formative simulate, alle diverse forme di alternanza scuola-lavoro.  Ciò nonostante, le scuole faticano moltissimo a entrare in questa ottica. Dire che si tratta di un problema di m ancata formazione è tanto giusto quanto ovvio. L'amministrazione non ha prodotto niente di simile a quello che è rimasto l'unico v ero grande esempio di riforma supportata da un programma coerente di aggiornamento dei docenti, cioè quello dei programmi della scuola elementare nel 1 985. Ma poi: di quale formazione stiamo parlando ? Erogata da chi? L'unico intervento realmente utile – e vissuto come tale dai docenti − è il supporto alla progettazione didattica, teso a far passare il focus della professionalità docente dalla "preparazione della lezione" alla previsione delle attività attraverso cui gli allievi possono conseguire le competenze. Occorre allora, prima di tutto, costruire alcune fondamentali condizioni organizzative: la costruzione dei dipartimenti, l'individuazione precisa di responsabilità rendicontabili, e, soprattutto, la flessibilità.






Chi ha detto che le ore curriculari debbano essere intese unicamente come ore di lezione? Che le esperienze di alternanza, in quanto metodologia didattica, non possano prevedere all'interno del monte ore complessivo percorsi di studio-lavoro all'estero? Che non si possa perseguire una logica di certificazione delle competenze acquisite, tramite riconoscimento formale da parte di istituzioni accreditate? E ancora: perché il calendario scolastico non può prevedere opportuni spazi finalizzati alla loro realizzazione? Non è possibile progettare aree opzionali entro cui gli studenti possano liberamente operare le loro scelte al di fuori del "core curriculum ", come avviene in moltissimi paesi non solo europei?  Tutto questo non ha nulla a che v edere con una compressione in quattro anni del monte-ore disciplinare e non ha necessariamente bisogno di ambienti super-attrezzati da propagandare sui depliant. Anzi, sarebbe teoricamente consentito e richiesto dalle indicazioni contenute nei documenti di accompagnamento al riordino del secondo ciclo. Teoricamente, perché i dirigenti scolastici che ci hanno provato sanno bene come la rigidità degli organici renda l'innovazione estremamente difficoltosa o addirittura praticamente impossibile. Se poi aggiungiamo il progressivo calo dei finanziamenti del fondo di istituto provenienti dalla legge 440 a favore del parziale ripristino degli scatti di anzianità, la parziale o mancata applicazione delle indicazioni appare come inevitabile.  E allora? Non appare francamente pensabile, nelle attuali e prevedibili condizioni di finanza pubblica, quel che pure sarebbe necessario: un incremento delle risorse finanziarie e umane che consenta agli istituti di sviluppare l'autonomia nel senso di una nuova organizzazione della didattica, di nuovi criteri di utilizzo dei docenti, dello sviluppo di progetti di internazionalizzazione e di aree opzionali, dell'attribuzione e del riconoscimento delle responsabilità di coordinamento che uniche ne possono garantire la realizzazione. Ma forse, invece, tutto questo è possibile se, a parità numerica di risorse professionali, si lascia alle scuole la possibilità di strutturarne l'utilizzo su quattro annualità invece che su cinque, utilizzando l'organico in maniera davvero funzionale. Forse.
Esattamente in questo dubbio sta l'utilità/necessità della sperimentazione che parte. In un numero ridotto le scuole, come è giusto che sia se si vuole che i risultati siano monitorati, confrontati, studiati analiticamente. In scuole che abbiano un legane stretto e positivo con il loro territorio, una consuetudine di rapporto con scuole estere, una disponibilità dichiarata del collegio docenti, un dirigente disponibile a dedicare la propria professionalità alla sperimentazione. Senza nascondere che una simile innovazione costituirebbe un banco di prova serio anche per le stesse capacità del ministero di non rimangiarsi i buoni propositi (non c'entra niente, ma da dirigenti scolastici non possiamo dimenticare la recentissima messa in soffitta di fatto dei concorsi annuali a favore delle graduatorie permanenti degli idonei nei precedenti concorsi a dirigente…) Certo, sarebbe stato giusto e necessario far precedere l'iniziativa da una discussione pubblica e da una definizione chiara degli obiettivi e delle modalità di verifica. La trasparenza, appunto. Ma viviamo in un paese in cui le iniziative di innovazione (non senza ragioni, del resto, visto come sono andate le cose negli ultimi tempi!) vengono presentate come "taglio di un anno". E in cui anche il rifiuto da parte del ministro del quindicesimo (!) anno di proroga di un organismo come il Consiglio nazionale della pubblica istruzione (Cnpi) diventa motivo per l'ennesimo contenzioso legale. Noi pensiamo che la richiesta da parte di alcune scuole sia stata un'occasione opportunamente colta per non perdere altro tempo m a che vada ora sviluppata attraverso una puntuale discussione capace di coinvolgere ciò che è rimasto della ricerca educativa in questo paese: in primo luogo l'associazionismo professionale dei docenti e dei dirigenti, la ricerca accademica, l'expertize istituzionale dell'Indire e dell'Invalsi, con un respiro che allarghi l'analisi anche alle altre esperienze europee e si traduca infine in una contrattazione sindacale necessaria per l'allargamento dell'esperienza.  L'Andis ha già dichiarato la propria disponibilità in questo senso. Ma forse ancora più importante è che la discussione coinvolga anche quella che si chiamava un tempo la "pubblica opinione", sia nel territorio in cui la sperimentazione si avvia, sia nell'ambito delle grandi scelte nazionali.

 

http://www.ilsussidiario.net/News/Educazione/2013/11/15/SCUOLA-Uscire-a-18-anni-L-impossibile-non-e-mai-stato-cosi-necessario/444190/

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