mercoledì 18 dicembre 2013

Che cosa vuole il Pd per la scuola

Si riporta un interessante articolo pubblicato su ScuolaOggi.org da Davide Faraone recentemente entrato nella nuova segreteria del Pd a guida Matteo Renzi. Il parlamentare palermitano si occuperà insieme a Filippo Taddei di welfare e scuola, e affiancherà Luca Lotti e Stefano Bonaccini (enti locali), Francesco Nicodemo (comunicazione), Maria Elena Boschi, Marianna Madia, Federica Mogherini, Debora Serracchiani, Chiara Braga, Pina Picierno e Lorenzo Guerini (portavoce della segreteria).


di Davide Faraone - 17 Dicembre 2013 20:30

Sono tanti e complessi i problemi della Scuola italiana e io li ascolto dai docenti, dai genitori e dagli studenti. Questo voglio fare, girare l'Italia per raccogliere la loro voce. E questa è la nostra prossima tappa, come già preannunciato da Matteo Renzi, con i nostri e le nostre assessore alla scuola, organizzeremo una grande campagna di ascolto sulla scuola in ogni città, anzi, in centinaia di città per capire dalla loro voce i problemi e le urgenze da chi li vive. C'è una cosa importante che mi dicono e che io condivido in pieno, da padre e da cittadino: pensiamo soprattutto agli studenti e alle studentesse. Ai primi delle classi, alle eccellenze, certo, ma, soprattutto agli ultimi, per destino o per inefficienze strutturali, e tra gli ultimi comprendo anche i bambini diversamente abili.




 Da uomo del Sud leggo con apprensione i divari nei rendimenti scolastici tra gli studenti del nord e gli studenti del Sud e leggo con soddisfazione le brillanti prove di rendimento di quelli del centro Nord. Però leggo anche i terribili dati della povertà infantile nella mia terra: il 19% dei bambini vive in povertà assoluta, una buona parte in povertà relativa e un'altra parte sulla soglia di povertà. Raggiungiamo a Palermo il dato di un bambino su due. E io li vedo. Tra le due cose, povertà o benessere familiare e rendimenti scolastici, c'è sempre un legame, lo dicono le indagini e me lo confermano i docenti, me lo conferma la mia esperienza di ragazzo cresciuto nella estrema periferia italiana: allo zen di Palermo. Io sono stato fortunato ma tanti miei compagni li ho persi per strada. E non è dipeso dai miei insegnanti ma da un complesso concorso di cause e di problemi che agiscono fortissimi ancora oggi. Allora il primo compito sarà mettere in campo, con l'aiuto dei docenti, del mondo della scuola, dei genitori, proposte e azioni di tipo compensativo o migliorativo, richiedendole non solo allo Stato centrale ma anche ai governi regionali. Non è possibile ad esempio che in Sicilia non esistano quasi gli asili, decisivo per il successo scolastico, e non esista quasi il tempo pieno, mentre in Lombardia raggiunge l'85%. Non è possibile comparare senza dolore e senza riflessioni appropriate un ragazzo siciliano di 15 anni, di cui uno su due è nelle condizioni descritte sopra e che ha "maturato" due anni di scuola in meno rispetto al coetaneo di Bolzano. Ritengo sia iniquo e ingiusto. E anche anticostituzionale. La Costituzione dice che dobbiamo favorire i capaci e i meritevoli e io credo profondamente nel Merito: dei ragazzi, degli insegnanti, come di chiunque altro. Ma solo a condizione che tutti vengano messi nelle stesse condizioni di partenza e abbiano pari opportunità. Oggi la scuola italiana è il luogo delle "impari" opportunità. Le responsabilità sono soprattutto sistemiche, oltre che individuali, e dunque politiche, nazionali e locali. Compito nostro, della politica, sarà dunque colmare i divari di offerta, formativa e strutturale, come premessa per colmare i divari scolastici. E allora la nostra proposta deve essere quella di avere l'obiettivo di ridare alla scuola la sua funzione di volano per il successo personale dei bambini e delle bambine, non della loro sconfitta per destino, a tutti. E lo ripeto: io penserò soprattutto a loro. Prima i bambini e le bambine, gli studenti e le studentesse, poi tutto il resto. Per far questo dobbiamo ritrovare nei docenti e nei maestri e nelle maestre i nostri migliori alleati nel cammino del cambiamento non nel guardare indietro. Bisogna scrivere la parola futuro non coi mezzi tecnologici, ma con la fiducia nel futuro: che comporta la capacità di mettersi in discussione, di aiutare i docenti a sperimentare nuove metodologie. La scuola deve essere al passo coi tempi. Non solo come slogan, ma rivedendo il concetto di "tempo" in tutti i sensi, adeguandolo ai tempi dei ragazzi di oggi, ma anche ai tempi di oggi, che sono ben altro dei tempi di solo dieci anni fa. Rispondere alle sfide della globalizzazione non con gli slogan o le resistenze ma dotando gli studenti e le studentesse di "armi aggiornate" per combattere le sfide che li aspettano nella competizione internazionale. Tanti docenti sperimentano e tantissimi già lo fanno nel silenzio totale. Ma deve diventare sistema. L'innovazione di metodi, gestione, didattica deve divenire la norma della scuola, non la paura della scuola, su questo deve confrontarsi l'autonomia scolastica, non sulle pastoie burocratico amministrative. Perché la dobbiamo legare al miglioramento e alla fiducia in un esercito di docenti da rimotivare. La scuola bacino dell'innovazione e del cambiamento nel segno dello studio, della fiducia e della collaborazione con ciò che ruota intorno: famiglia, territorio, associazionismo, lavoro, innovazione, cultura. Innovazione vuol dire anche desiderare l'asilo per tutti i bambini d'Italia: l'asilo, confermano le ultime indagini, non è solo "questione femminile", ma è decisivo nei rendimenti scolastici successivi dei bambini e delle bambine. Su questo io e Renzi saremo tassativi. E sul tema del lavoro. Innovare il rapporto scuola-lavoro. Si deve ripensare il rapporto scuola-lavoro secondo la convinzione che lo studio forma i cittadini, è vero, e rende liberi, è vero, ma ha anche la imprescindibile funzione sociale di offrire a chi cresce oggi gli strumenti conoscitivi e innovativi non per "trovare" lavoro ma per fare e creare lavoro qualificato e rispondente a domande sociali, produttive ed economiche in cambiamento. E' questo il problema più grande adesso: creare nuovo lavoro in una società e in un mondo che cambiano. Crescere menti flessibili, creative e pronte a pensare e a fare. La scuola deve essere dunque pronta e predisposta a questo: non da sola, ma con l'aiuto di tutti, strutturale e organizzativo. E serve a tutti comprendere che un nuovo percorso selettivo e formativo dei docenti è necessario. Un rapporto sano e rinnovato dunque tra tessuti produttivi, locali e nazionali e scuole tecniche professionali, nel ciclo delle superiori, o anche di tale tessuto con le università, per creare innovazione che generi altra innovazione e che generi nuove forze produttive è oggi imprescindibile. Bisogna ricostruire un'alleanza tra genitori e scuole, supportando tutte le possibili iniziative di collaborazione che creano reti di azione comune. Per far questo basta estendere le tante esperienze positive che già ci sono. Solo se queste due "agenzie educative" viaggiano insieme compatte possiamo dare una risposta al problema dell'emergenza educativa che ha colpito il nostro paese. La giustizia sociale, come anche ogni discorso sul merito, come ogni progresso sociale e civili, iniziano dal pari diritto all'istruzione e da un'offerta formativa uniforme ed equa da Bolzano a Lampedusa.


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