lunedì 16 dicembre 2013

Il lavoro che fa scuola e la scuola che non lavora

Giuseppe Bertagna
 
 
 
Il lavoro, qualsiasi lavoro, senza di­stinzioni, in apparenza creativo oppure del tutto ripetitivo, è uno straordinario giacimento cultura­le ed educativo che non dovrebbe mancare nella formazione di tutti i gio­vani. Bisogna solo saper estrarre dalle sue viscere, per simmetria o per contra­sto, le 'materie prime' culturali, scienti­fiche, tecnologiche, relazionali ed etiche che contiene (o che non contiene), e ri­fletterci sopra per bene. Imparare, in­somma, a tutto tondo sul, dal, con, per, durante il lavoro.
Sono stati questi i mes­saggi culturali e metodologici più inno­vativi delle leggi Biagi e Moratti, oltre die­ci anni fa. Contrastati in ogni modo co­me pochi altri, ma co­munque mai formal­mente ritrattati. Eppure, ancora oggi, me­no di uno studente su dieci è posto nelle condi­zioni di formarsi in a­zienda. L’apprendistato di primo livello, quello in diritto-dovere di istruzio­ne e formazione fino a 18 anni, interessa percen­tuali da prefisso telefoni­co, mentre, ad esempio, in Germania coinvolge quasi il 30% di o­gni leva generazionale. L’apprendistato di alta formazione, quello tra i 19 e 29 an­ni, quindi quello per lauree, master e dot­torati compresi, si pensi un po’, ha rag­giunto, dal 2008 ad oggi, la stratosferica cifra di 540 contratti (!).
I giovani italiani continuano ad incon­trare, in media, il mondo del lavoro a poco più di 21 anni quando i coetanei europei lo fanno già a 16 o al massimo a 17. Inoltre, l’unico 'merito' di cui si di­scute sui mass media è quello declinato alla tradizionale maniera 'scolastica': prendere buoni voti in pagella. Quando un ragazzo, poi, non riesce a scuola o ha problemi con la scuola, docenti e geni­tori continuano tuttora a dirgli, minac- ciosi o rassegnati, che dovrà andare a la­vorare. Come se lavorare non volesse di­re, tanto più oggi, società del mercato globale e della cosiddetta conoscenza, anche studiare, formarsi, e per l’intera durata della vita. Al contempo, nelle im­prese si sente tuttora dire che «qui si la­vora, mica si perde tempo in chiacchie­re di formazione». E se obbligati da nor­me precise (per lo più incomprese da chi le dovrebbe attuare), si ri­corre ai cosiddetti esper­ti esterni a cui delegare queste inutili ritualità. Come se si potesse lavo­rare senza dover pensare, e sempre meglio, cercan­do di immettere valore aggiunto qualitativo, in­novativo, talentuoso in ciò che si fa.
 
 


 
Perché questo stato delle cose? Le ragio­ni sono naturalmente tante e comples­se. Si va da una formazione dei docenti che nemmeno contempla la possibilità che si possa e si debba insegnare ai ra­gazzi sul, dal, con, per, durante il lavoro, alla rigidità imbolsita di un’organizza­zione burocratica scolastica ancora fer­ma al modello fordista in un’epoca in cui perfino le fabbriche l’hanno abbando­nato. C’è tuttavia una causa delle cause. Squisitamente culturale. La si può sem­plificare in questo modo. Nel 1970 Ce­lentano vinse il festival di Sanremo con la famosa canzone 'Chi non lavora non fa l’amore'. Suscitò vivacissime reazio­ni perché appariva antisindacale, un’a­pologia reazionaria del crumiraggio. In realtà, era il portato di una mentalità tra­dizionale che ancora si radicava nella or- gogliosa rivendicazione di san Paolo ai Tessalonicesi.
Cari fratelli, scriveva l’a­postolo, io predico Gesù Cristo a tutti notte e giorno. Ma né voi né nessuno mi mantiene e mi ha mai mantenuto: io ho sempre lavorato «con fatica e sforzo». Cu­cendo e facendo tende e vele. Mentre fra di voi c’è gente che «vive disordinata­mente senza far nulla». Ecco perché, con­cludeva, «chi non vuole lavorare neppu­re mangi». Quasi trent’anni dopo Celen­tano, invece, Irene Grandi cantava che «il lavoro fa male», «solo l’amore fa be­ne »; affermazioni ben diverse da quel che aveva scritto Pavese: «lavorare stanca». Il che è ovvio, visto che ogni lavoro, e quindi anche lo studio, implica sempre fatica.
Pure Celentano nel frattempo sembra aver cambiato mentalità. Il lavoro, insomma, e soprattutto certi ti­pi di lavoro, non sono più riconosciuti il valore fondante di ogni persona e dei suoi legami sociali. Non è più l’uomo, in que­sto contesto, che nobilita ogni lavoro, lot­tando anche duramente per elevarlo, tra­sformarlo, crearlo più ricco di giustizia, equità, intelligenza e cultura per tutti, ma il contrario: è il tipo di lavoro che nobili­ta l’uomo (l’impiegato sì, l’operaio no). Peggio: non è più scandaloso – come lo era ancora ai tempi di Keynes – nem­meno pensare che si possa avere diritto ad un reddito senza una corrispettiva prestazione lavorativa. Come insegna, su un altro fronte, la finanza allegra e da pescecani che ci ha rovinosamente spin­ti nella voragine economica e sociale da cui non sarà certo facile uscire. S i potrebbe almeno essere soddisfat­ti se chi riuscisse ad acquisire i titoli di studio secondari e superiori fosse comparativamente eccellente rispetto ai coetanei stranieri.
Purtroppo, tuttavia, impietose, le rilevazioni Ocse Pisa ci con­dannano ad essere contenti di mante­nere le non proprio brillanti posizioni di graduatoria degli anni scorsi, mentre l’in­dagine Isfol Piaac compiuta nel biennio 2011-2012 in 18 nazioni europee e in Giappone, Stati Uniti, Canada, Au­stralia e Corea ci informa, addirit­tura, che un giova­ne diplomato giapponese regi­stra lo stesso livel­lo di competenze linguistiche, ma­tematiche e di ri­soluzione dei pro­blemi in ambienti ricchi di tecnolo­gia di un laureato italiano. Non c’è, dunque, qualcosa che non funziona a livello struttura­le nel nostro siste­ma educativo di istruzione e forma­zione?
 
 

1 commento:

  1. L' analisi delle "conseguenze" Negative che si abbattono sul "sistema Scuola" italiano
    sono svolte alquanto OGGETTIVAMENTE dal prof. Bertagna.

    PECCATO CHE (il medesimo esperto) NON si "cimenti" con le...
    ... "ETIOLOGIE" !!!

    Nel mio piccolo "mi permetto" di "dargli una mano" in tale (pur agevole)
    COMPITO: in 18 nazioni europee e in Giappone, Stati Uniti, Canada, Au­stralia e Corea (del Sud)...
    ...NON si verificano INCOMPATIBILI-illegittime-INTROMISSIONI (politico-partitiche)
    nelle Scuole...

    INVECE (a titolo esemplificativo):
    NEL TRIANGOLO tra Bergamo, Milano e Brescia sono Acclarate ed “acclarande”
    varie illegittimità del mondo scolastico PUBBLICO… “invaso”…
    da Nomine Apicali ILLEGITTIME…
    …esemplificativamente:

    >Ho preso 110 e lode», non è vero: indagato per truffa ex docente dell'ateneo di Bergamo, ora in servizio al ministero<
    LINK: ( http://bergamo.corriere.it/bergamo/notizie/cronaca/12_ottobre_13/professore-lauree-universita-inchiesta-truffa-faletti-bergamoministero-2112236670254.shtml );

    > Il Pdl e il dirigente scolastico fuorilegge…Secondo il sindacalista FLC CGIL Pippo Frisone, oltre che inopportuno, l’incarico sarebbe illegittimo:
    “La scelta di Petralia – dice – sarebbe peraltro in contrasto persino con il decreto Brunetta, che vieta esplicitamente che si possa ricoprire un posto di responsabilità dirigenziale e allo stesso tempo ricoprire un incarico partitico” <
    LINK: (http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/03/14/il-pdl-e-il-dirigente-scolastico-fuorilegge/97531/);

    > …mi domando:
    perché “l’istituzionalista” de Sanctis dal momento che svolge la funzione di Direttore generale dell’USR Lombardia, non ha trovato un minuto, un’occasione per dirci che cosa stava bollendo in pentola?
    Non lo ha fatto lui, non lo ha fatto l’Assessore Aprea, non lo ha fatto nessuno. Eppure queste scelte sono vive da tempo e così come abbiamo appreso sono state a suo tempo sostenute dall’ex Direttore USR Giuseppe Colosio, lo stesso che ora è divenuto collaboratore attivo della Fondazione A.I.B., Ente gestore del Liceo Internazionale per l’Impresa Guido Carli, appunto uno dei tre istituti impegnati nella sperimentazione. Forse che fare “laboratorio”, fare “sperimentazione” produce più risultati se fatto di nascosto?
    Oppure, forse, fare ciò è più opportuno farlo in un ambiente più "intimo" e "protetto" ?
    Barachetti Corrado Ezio - Segretario Generale FLC CGIL Lombardia <
    LINK: ( http://www.flccgil.lombardia.it/cms/view.php?cms_pk=4149&dir_pk=112 )…

    > Benedetti Giulio (18 dicembre 2001) - Corriere della Sera
    «In classe fino a 18 anni, liceo più corto: ecco la nostra riforma»
    Giuseppe Bertagna spiega il piano: la vera sfida è la formazione professionale.
    «In classe fino a 18 anni, liceo più corto: ecco la nostra scuola».
    Parla il professor Giuseppe Bertagna, presidente del gruppo ristretto di lavoro che ha consegnato il rapporto di sintesi sulla riforma al ministro dell' Istruzione, Letizia Moratti.
    Come si fa a innalzare il livello qualitativo della scuola ?
    «Bisogna intervenire sulla qualità dell' istruzione dai 3 ai 23 anni, lavorando sui punti critici dell' attuale sistema. Il nostro lavoro ha alcuni cardini fondamentali. <

    LINK:
    ( http://archiviostorico.corriere.it/2001/dicembre/18/classe_fino_anni_liceo_piu_co_0_0112189510.shtml )

    E' CHIARO (a sempre più italiani)
    CHI LAVORI E CHI ABBIA..."le mani in pasta";

    Rino Gaetano (ancora si ascolta) CANTAVA...
    ...Nuntereggae più...IL testo è una pura denuncia, grido di allarme, ultimo appello alla coscienza individuale e collettiva degli italiani.
    SPERAVA CHE: il cielo (fosse) sempre più BLU !!!




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