sabato 22 agosto 2015

LA ZIA-POMPIERE DI DAVIDE FARAONE

di Vincenzo Pascuzzi – 22 agosto 2015
 
 
Sorpresa, anche un po’ tenerezza fa apprendere la vicenda lavorativa della zia di Davide Faraone emigrata drasticamente, alcuni decenni fa, da Palermo ad  Asti (oltre 1.500 km, forse allora 36 ore di treno).
Vorremmo saperne di più. Se, quando e come è poi tornata in Sicilia e nella natia Palermo oppure è rimasta trapiantata in Piemonte. Se è ancora in vita – come ci auguriamo - cosa pensa della Buona Scuola e del nipote divenuto importante anche senza laurea, ed altro ancora. Questa prof - perciò una nostra collega - potrebbe avere una settantina d’anni e tanti ricordi. Magari qualche cronista tenace o fortunato riuscirà a rintracciarla e intervistarla. Chissà? Aspettiamo.
Oltre l’aspetto familiare e di costume, sorgono però altre considerazioni.
La prima è la disinvoltura con cui il nipote ha ritenuto di citarla a supporto esemplare di una riforma che sta chiaramente mostrando i suoi aspetti negativi e pasticciati. La zia evocata dovrebbe fare da pompiere alle sacrosante critiche a quella che è stata indicata come “deportazione dei precari” e che Miur e Faraone cercano di esorcizzare indicando entusiasmi che percepiscono ma non esistono nella realtà.
La seconda considerazione riguarda l’argomentare, disinvolto e inconsistente, da parte di uomo di governo di un episodio marginalissimo che non può assolutamente validare la citata deportazione dei precari. Almeno per tre validi motivi: 1°) nessun altro dei cento e passa membri del governo ha rivelato di avere zie, cugine, altri familiari emigrati per la scuola; al più la zia di Faraone testimonia statisticamente l’1% di casi, cioè nulla; 2°) nessuna indicazione abbiamo su quanti hanno scelto – o sono stati costretti dalle loro situazioni – a non emigrare per lavoro;  3°) come già detto, sulla  zia di Faraone sappiamo solo quanto ha riferito utilitaristicamente il nipote, niente altro! Questa zia potrebbe anche non esistere!
In conclusione, un sottosegretario non può rilasciare disinvoltamente interviste citando aneddoti familiari che potrebbero essere barzellette o bugie e che – se pur veri – non dimostrano nulla, proprio nulla!