lunedì 14 dicembre 2015

LA BUONA SCUOLA o UNA SCUOLA SERIA?


Preso atto, con un po’ di preoccupazione,  che la “Buona Scuola” è, in buona sostanza, ancora un contenitore vuoto che attende di essere riempito coi decreti legislativi dettagliatamente previsti nel lunghissimo comma 181 della l.107/2015, sarà il caso che chi opera nella scuola a qualunque livello si chieda e chieda ai propri interlocutori se

è (è stata, sarà) buona e/o seria una scuola in cui:

1.   ogni riforma, più o meno organica, viene progettata ed attuata “senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”, sorta di magico, salvifico mantra?;

2.   si diventa -  da troppo tempo ormai -  docenti quasi per caso, senza un serio processo di formazione all’inizio, con modalità quantomeno fatiscenti e che si sono via via aggrovigliate nel corso del tempo (SSIS, TFA, PAS) e con arruolamento mediante concorsi, finora cadenzati nel modo più sballato possibile, e senza una vera crescita professionale nel corso della “carriera” (termine per altro ad oggi ridicolo)?;

3.   la classe docente è, di conseguenza, la più vecchia e la più malpagata d’Europa, con sessantenni alle prese con quattordicenni e con un contratto scaduto da un bel po’ di anni e che ora si favoleggia di rinnovare con la fantastica cifra di 5/6 euro di aumento al mese?

4.   si diventa dirigenti scolastici anche lì per caso, dopo aver passato più o meno meritatamente o fortunosamente (come attestano le piogge di ricorsi) qualche più o meno strampalato concorso, anche questo con cadenza del tutto irregolare, e ci si improvvisa di punto in bianco manager, leader, ecc…, senza aver mai dovuto render conto, né prima né dopo la nomina, di effettive capacità di comunicazione e di mediazione e di autorevolezza? come meravigliarsi, poi, se balzano agli onori della cronaca i diktat di questo o quel dirigente che crede di poter fare quello che vuole nella “sua” scuola?;

5.   l’autonomia scolastica è una sorta di “favola bella/che ieri/m’illuse, che oggi t’illude”, smentita nei fatti da disposizioni sempre più capillari e del Ministero e dall’ingerirsi dispotico di altri Enti in questioni riguardanti l’organizzazione didattica (vedi, ad es.,  la “settimana corta” imposta dalle Province, più o meno ex, per risparmiare sui trasporti e/o sul riscaldamento)?

6.   la legislazione scolastica è un foltissimo ginepraio di regole spesso tra loro contraddittorie, di stratificazioni, di incoerenze logiche e di sconnessioni cronologiche (ad esempio, il Testo Unico, vecchio di venti anni, è anteriore al regolamento dell’autonomia) e che c’è - sempre e solo da noi in Italia - la pretesa bizantina di normare tutto, proprio tutto?

7.   si sprecano tonnellate di carta in verbali, progetti, ecc…, fogli che nessuno davvero legge e tempo ed energie sottratte al serio lavoro didattico?; quale altro Paese europeo pretende dai propri docenti prestazioni così impiegatizie e burocratiche?

8.   ci si avvilisce ad ogni piè sospinto per le pessime prestazioni dei nostri studenti nelle “infallibili” rilevazioni statistiche (INVALSI, PISA e compagnia bella), salvo poi scoprire immancabilmente che i nostri alunni che vanno all’estero fanno (e ci fanno fare) sempre una magnifica figura e ottengono risultati, sia di studio che di lavoro, ben più lusinghieri di quelli dei loro coetanei degli altri Paesi?;

9.   ci si inventa di tutto e di più per rendere le attività scolastiche efficaci, efficienti, trasparenti - e mettiamo ancora qualche altro aggettivo à la page, tutti ovviamente desunti dall’imperante mondo dell’economia e della pubblica amministrazione - dimenticando che i verbi che più di tutti si devono coniugare a scuola sono “studiare”, “insegnare”, “imparare” e soprattutto “pensare” e “rielaborare”?

10.               si è finito per confondere “apprendimento” con “addestramento”, “informazione” con “formazione” e si è prodotta una vasta opera di deculturalizzazione, coi risultati facilmente verificabili senza alcun bisogno di test, di studenti che non conoscono l’ortografia, non sanno riassumere, hanno difficoltà nell’applicazione pratica delle regole apprese, ignorano i fondamentI di qualsivoglia metodo di studio?

Se a tutti, o alla maggior parte di questi interrogativi, diamo risposta negativa, concludendo che no, non è una buona/seria scuola quella che ha tali caratteristiche, allora tutti dobbiamo darci da fare per cambiare questa rotta, anzi questa deriva. E al più presto.

Ne va, davvero, della serietà dell’istruzione e dell’esistenza stessa di un qualcosa che si possa continuare a chiamare davvero “scuola”, prima e più di qualunque aggettivo che si voglia affiancarle.

                                                                   Stefano Casarino

                                                                   SNALS Cuneo

 

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