lunedì 28 marzo 2016

Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute et (competenza?)


 
"... Non vogliate negar l'esperienza di retro al sol, del mondo sanza gente. Considerate la vostra semenza fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza" (Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno canto XXVI, 116-120). E’ un’idea sbagliata quella di sostituire la parola “conoscenza” con “competenza? Negli ultimi decenni il concetto di competenza nell’azione didattica all’interno del sistema scolastico si è evoluto. Inizialmente l'attenzione si è focalizzata sul protagonismo del soggetto nel processo di insegnamento-apprendimento, nel relazionarsi con gli altri e nella partecipazione ad un progetto comune. La competenza è definita come un complesso strutturato di conoscenze, di abilità e di atteggiamenti, che consente di svolgere un compito in modo efficace, in altre parole  è la capacità che una persona possiede di mobilitare le proprie risorse per affrontare con successo un'area di problemi con aspetti tra loro comuni.  Negli ultimi la competenza sta diventando la concreta novità delle progettazioni educative scolastiche, sia per impulso delle recenti riforme, sia su sollecitazione degli organismi europei che hanno insistito in molti documenti su questo tema. In estrema sintesi, ad una scuola concentrata sulla trasmissione di conoscenze, contenuti, nozioni, si vuole sostituire una scuola finalizzata allo sviluppo di autonome competenze intese come capacità di elaborazione personale di quanto appreso in relazione alle situazioni di vita e di lavoro che si possono presentare.  Potremmo dire che il modello cognitivista  si sostituisce a quello associazionista. Ma adottare la prospettiva delle competenze non significa escludere del tutto l’attenzione alle necessarie conoscenze e abilità, senza le quali una competenza si fonderebbe sul vuoto. La proposta pedagogico-didattica è dunque quella di trovare l’equilibrio tra le diverse componenti del processo di apprendimento e di crescita personale, per riempire di senso l’azione didattica ed educativa delle scuole. A tal riguardo risulta molto interessante la posizione di Salvatore Settis che  per 11 anni è stato il direttore di una delle scuole più famose d’Italia, la Scuola Normale Superiore di Pisa. Settis afferma che c’è bisogno di persone che abbiano la capacità di uno sguardo generale e che non siano campioni di conoscenze specialistiche. Che il modello dell’educazione di oggi è come se puntasse alla formazione di operai in grado di eseguire un solo gesto alla volta, senza pensare. Lo stesso Settis in un’ intervista su Linkiesta (http://www.linkiesta.it/it/article/2016/02/07/salvatore-settis-la-buona-scuola-non-e-buona-e-le-competenze-non-servo/29179/ ) ha detto: “ Studi sempre più specializzati. L’acquisizione di “competenze” sempre più precise che seguano le esigenze del mercato del lavoro. Studenti che escono dall’università (o anche dalle superiori) in possesso di una professionalità spendibile subito. Sono questi i desideri proibiti di chi frequenta le scuole, oltre che il totem retorico degli addetti alla cultura, dai ministeri ai dirigenti scolastici. Ma c’è un ma: siamo sicuri che sia la strada giusta? Sicuri di essere consegnati alle varie specializzazioni e alle tecnicità sia l’unico modello culturale sensato? «Bisognerebbe ricordarsi più spesso di un aforisma di Goethe, che dice più o meno così: “Le discipline di autodistruggono in due modi, o per l’estensione che assumono, o per l’eccessiva profondità in cui scendono”. Bisogna trovare un equilibrio tra lo specialismo e la visione generale. La tendenza che si sta affermando nei sistemi educativi un po’ in tutto il mondo, ma in particolare in Italia è educare a “competenze” piuttosto che a “conoscenze”». La posizione di Settis è condivisa da molti. Ma una cosa è certa: la voce, quando si parla controvento, quasi nessuno riesce a sentirla, e questo potrebbe rivelarsi controproducente.

 
Aldo Domenico Ficara

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