lunedì 7 agosto 2017

Pensare in una lingua straniera è un esercizio di disciplina mentale

di Filomena Fuduli Sorrentino


“Imparare significa crescere, e le nostre menti, a differenza dei nostri corpi continuano a crescere fintantoché continuiamo a vivere”.-Mortimer J. Adler


Pensare in una lingua straniera è un esercizio di disciplina mentale, proprio come la meditazione, e può essere molto impegnativo, ma se i docenti insegneranno agli studenti ad allenare le loro menti sin dall’inizio a pensare nella nuova lingua, si potranno notare ottimi risultati nell’acquisizione dell’italiano
Come si può realmente cominciare a pensare in una lingua straniera?
I contenuti più importanti della comunicazione sono le parole, e mentre si imparano queste, si incomincia a pensare nella nuova lingua. Eppure probabilmente ciò non accadrà se non si compirà uno sforzo cosciente per realizzarlo, questo perché gli studenti temono di dover studiare a lungo e imparare molto prima di poter pensare nella nuova lingua. Sicuramente pensare in una lingua straniera è un esercizio di disciplina mentale, proprio come la meditazione, e può essere molto impegnativo all’inizio, ma se i docenti insegneranno agli studenti ad allenare le loro menti sin dall’inizio a pensare nella nuova lingua, si potranno notare ottimi risultati nell’acquisizione dell’italiano.
Perciò, anche se pensare in italiano sarà una sfida per chi lo sta imparando, può essere vinta facilmente se si pensa nella nuova lingua senza tradurre parole e frasi da quella madre. In effetti, uno dei problemi da affrontare imparando una lingua è proprio la traduzione; sono molti gli studenti che tendono a tradurre frasi e parole dalla loro lingua in quella che stanno imparando, ma traducendo si creano frasi che non suonano naturali, non solo perché la struttura tra una lingua e l’altra è diversa ma anche perché ci sono espressioni idiomatiche che non possono essere tradotte. L'obiettivo per diventare fluenti nella nuova lingua è di esporre gli studenti il più possibile alla lingua affinché inizino a pensare in italiano.
Diversi studi neurolinguistici hanno dimostrato che la nostra memoria è basata sul contesto e sul visivo, quindi, si devono associare parole e frasi a immagini per favorirne l’apprendimento e l’acquisizione. Quando gli studenti hanno un vocabolario molto limitato, livello elementare, probabilmente sanno i nomi di base e gli aggettivi di base, e anche se questo sarà noioso all’inizio, associare oggetti reali, visuali alle parole motiverà gli studenti a imparare e acquisire nuovi vocaboli. Un modo semplice per farli iniziare è incoraggiare gli studenti a guardarsi intorno nell’aula, chiedendo quante cose possono descrivere in italiano senza tradurre. Se gli studenti conoscono i colori, potranno pensare la parola italiana del colore di ogni oggetto che vedono, descrivendolo prima mentalmente e poi ad alta voce. Se hanno imparato il nome dei mobili, o degli stati d'animo possono fare la stessa cosa, e qualunque altro sia il vocabolario o la regola grammaticale che stanno imparando al momento.
Sarebbe ottimo se le attività per pensare in italiano vengano condotte come se fosse un gioco, dobbiamo ricordare che gli studenti amano divertirsi mentre imparano. La lettura di notizie su quotidiani italiani con immagini e foto, video clip, e l'ascolto di musica consentono di sviluppare un mondo contestuale legato alla lingua che si studia, in questo caso l’italiano. Le canzoni con l’aiuto della musica  rimangono in mente, anche se non si sa il significato di tutte le parole, e sono anche un ottimo modo per condizionare la mente a iniziare a pensare in italiano. Se invece il livello degli studenti è abbastanza alto si deve incoraggiare la comunicazione in classe usando dialoghi e attività comunicative di gruppo. Esistono diversi metodi per imparare una lingua straniera, ma non esiste una formula valida per tutti i livelli e tutti gli studenti, e tantomeno una regola precisa per pensare nella nuova lingua. Un metodo molto usato è il condizionamento operante, un sistema di apprendimento basato sull'uso di rinforzi positivi.  Cioè se gli studenti conoscono qualche dozzina di parole, e un po’ di grammatica, possono essere incoraggiati (con rinforzi positivi) dai loro docenti a pensare in italiano con rinforzi positivi, e usando la regola 80/20 nell'apprendimento delle lingue- il principio o la legge di Pareto che ci mostra come il 20% di ciò che facciamo determina l’80% dei risultati.
Vilfredo Pareto è stato un economista italiano che è vissuto nel XIX secolo ed è oggi riconosciuto a livello mondiale per il principio di Pareto, noto come “La regola 80/20”.  Questa regola ha un’applicabilità universale e afferma che: “Il 20% delle cause, produce l’80% dei risultati”. In altre parole, per ottenere l’80% del nostro obiettivo ci dovremmo concentrare sul 20% delle azioni più importanti che ci permettono di raggiungerlo. Usando questo principio di Pareto, si possono incoraggiare facilmente gli studenti americani spiegando loro studi linguistici fatti in America, che dimostrano che uno studente medio possiede un vocabolario di circa 25-30.000 parole, ma di questi ne utilizza solo 2000.
Pertanto, gli studenti di lingua non hanno bisogno di sapere molte parole per incominciare a pensare in italiano, e possono farlo dal primo giorno dicendo “Buongiorno signora”, presentandosi in classe, identificando oggetti, leggendo la data dalla lavagna, imparando i giorni della settimana, i mesi, i numeri, e poi gradualmente 10-20 frasi di uso comune. Una volta poste le basi è importante utilizzare il materiale che interessa agli studenti per continuare a motivarli a usare la lingua di destinazione anche nei loro pensieri e non solo nelle conversazioni. Ottimi esempi di risorse sono riviste, libri, giornali, video, audio e via di seguito. Utile far leggere agli studenti ad alta voce parole e frasi in classe, e da soli, seguendo questi consigli il progresso inizierà a sorprendere!
Perciò, i docenti di lingue, non solo devono essere creativi e flessibili con le loro lezioni per motivare i loro studenti, ma devono usare contesto e condizione affinché i loro studenti pensino in italiano. Finisco con due domande: Abbiamo davvero bisogno di una lingua per pensare? Oppure pensiamo attraverso suoni, immagini e concetti?


Articolo pubblicato su la “Voce di New York” http://www.lavocedinewyork.com/column/it/una-prof-in-america/237/