mercoledì 20 marzo 2019

La scuola semplificata è la strategia per distrarre dai reali problemi.


Le soluzioni prospettate dalla Destra italiana sono quasi tutte a costo zero. Ultimi esempi di un'entrata a scuola a gamba tesa senza conoscerla. 
La Destra e la scuola
La scuola semplificata è il punto di incontro di alcune soluzioni prospettate dalla Destra italiana.
Ha dichiarato M. Salvini " Per me metti lo stesso grembiule a tutti, così non ci sono belli e ricchi, ma sono tutti uguali
Si legge su
Orizzontescuola "Prevediamo almeno 33 ore di Educazione Civica obbligatoria l’anno – ha affermato Massimiliano Capitanio della Lega –  e fondi per l’attuazione del provvedimento e la formazione dei docenti pari a 1 milione di euro“. Sempre dalla Lega  Angela Colmellere aggiunge  “Prevediamo che l’insegnamento dell’educazione civica veda assegnato un voto in pagella e che sia oggetto di esame di fine ciclo nella suola secondaria di primo grado
E concludiamo con la grande trovata di V. Aprea che sostiene il progetto di educazione civica di
Mariastella Gelmini "Governare con scelte pubbliche le trasformazioni della quarta rivoluzione industriale con tempestività e lungimiranza richiede, prima di tutto, l’introduzione dell’insegnamento del Coding sin dalla scuola dell’infanzia e primaria per favorire la formazione del pensiero computazionale, la creatività digitale, e più generalmente, la cittadinanza digitale"

La scuola semplificata, la strategia per distogliere
Alcune riflessioni. A mio parere le proposte dicono molto dei politici. La loro carta d'identità ci restituisce inesperienza e incompetenza, prodotte dalla mancanza dell'esperienza dell'aula. V. Aprea è l'unica che può vantare un curricolo scolastico, in quanto Dirigente Scolastica. Purtroppo però l'aula scolastica è scomparsa dal suo radar professionale da quasi trent'anni.
A questo aggiungo che le proposte hanno il fine di distrarre l'opinione pubblica dai reali problemi della scuola. Noam Chomsky ha stilato un
decalogo della comunicazione postmoderna. Bene le uscite della Destra italiana rispondono alle seguenti strategie: distrarre con falsi problemi o crearli per poi offrire le soluzioni, rivolgersi al pubblico come ai bambini e usare l'aspetto emotivo.
Concludo che le soluzioni proposte sono quasi tutte a costo zero.
La scuola reale ha problemi maggiori
Chi vive e ha esperienza d'aula quotidianamente prova un certo fastidio, quando legge queste proposte. Soprattutto è colpito dalla loro profondità e articolata concettualizzazione, che svelano la natura propagandistica delle proposte, rimanendo quindi alla superficie dei problemi!
La scuola è gravemente malata per via di alcuni virus che la stanno progressivamente portando a concludere la sua storia, almeno nella  configurazione attuale.
Cito alcuni problemi: le classi pollaio, il burnout professionale, la mancanza di fondi per una scuola di qualità, la demotivazione e la perdita di prestigio sociale ed economico  dei docenti, l'insicurezza degli edifici scolastici... Sicuramente la lista dei nodi irrisolti è molto più lunga. I politici dovrebbero ascoltare maggiormente gli insegnanti, superando la supponenza intellettuale che il sistema-scuola sia semplice e quindi possa essere compreso da fuori!


                                                                                                   Gianfranco Scialpi

sabato 9 marzo 2019

Classi pollaio, la “tiratina di orecchi” alla Dirigente Scolastica


Classi pollaio, interessante sentenza del T.A.R. della Sicilia. E' sostanzialmente un rimprovero alla Dirigente scolastica. Esiste una semplice soluzione poco praticata.

Classi pollaio, la tiratina d'orecchie alla Dirigente scolastica
Le classi pollaio rappresentano un ostacolo all'implementazione di una didattica di qualità. E' risaputo, soprattutto dai colleghi che sperimentano questa bruttura pedagogica. Spesso la magistratura ricopre un ruolo di supplenza pedagogica e di fermezza, ribadendo i limiti imposti dalla normativa.
E' di questi giorni una
sentenza del T.A.R della Sicilia che di fronte all'ultima situazione fuori norma tira le orecchie alla Dirigente Scolastica che aveva disposto "la formazione, per l’anno scolastico 2018/2019, della classe (omissis) con un numero di alunni, in presenza di disabili, eccedente e in contrasto con le disposizioni normative vigenti". I giudici amministrativi proseguono, dichiarando inadeguato (=studenti “compressi”) il rapporto tra superficie netta per occupante di 1,265 mq, mentre il  D.M. 18 dicembre 1975 stabilisce un limite di 1,96 per alunno.
Classi pollaio, prima viene la sicurezza
La sentenza rappresenta un interessante punto di partenza per altri procedimenti. Purtroppo nel nostro ordinamento le sentenze non sono legge, quindi non valgono "erga omnes".
Occorre partire in molti casi dal D.M. del 1975 che ha il merito di stabilire dei criteri oggettivi. Questi sono i rapporti alunno/mq:

Scuola materna, elementare e media per alunno
mq 1,80
Scuola secondaria
mq 1,96.

Come applicare il disposto? Semplicemente esponendo sulla porta di ogni aula il numero max di alunni che possono frequentare l'ambiente. La soluzione costituirebbe un interessante esempio di trasparenza e di assunzione di responsabilità da parte del Dirigente. Aggiungo: il documento rappresenterebbe un'autorizzazione scritta in mano ai docenti per rifiutare l'entrata di più alunni. Pratica molto diffusa nelle scuole, grazie alla legge di Stabilità del 2015 (art.1 comma 333) che impedisce la chiamata del supplente il primo giorno di assenza del titolare della classe.
Quanti Dirigenti scolastici applicano questa semplice soluzione? Pochi!

                                                                 Gianfranco Scialpi

Nella scuola si deve coltivare l’empatia e la tolleranza



Chi è maleducato non riflette, vive d’istinto, perché secondo lui è giusto ciò che fa e non gli interessa nulla di quello che provano o pensano gli altri. Perciò nella scuola si deve imparare a collaborare, a riflettere prima di fare cose che possano danneggiare gli altri, si deve coltivare l’empatia e la tolleranza. Infatti, quando la mancanza di rispetto tocca l’amicizia, la famiglia, la religione, le culture e le tradizioni, la maleducazione rischia di diventare volgarità, un qualcosa privo di logica e di buon senso. Di seguito riportiamo 3 esempi di intolleranza scolastica

Intolleranza scolastica dello studente
La tecnologia, la rete dei genitori perpetuamente interconnessi, ti fa sentire al centro del mondo, osservato e giudicato: esagerare è il minimo. Le parolacce, gli insulti, sono lo scherzo quotidiano. Gli adulti, a casa, cercano di reagire spiegando, sanzionando. A scuola la vita è più dura, perché l’istituzione non può fare l’occhiolino e risulta rigida, antiquata. “Dire stronzo al compagno di banco è come dire sciocchino – spiega una maestra da vent’anni alle elementari -. Una volta li mandavamo dalla preside per una parolaccia, ormai non si può più: tra i bambini di 8-9 anni gli insulti più grevi sono la normalità. ‘ Fanculo, ci dicono”.

Intolleranza scolastica del docente
La frase dell’insegnante pronunciata verso una alunna di origine ebraica, (rea di essere poco attenta alla sua lezione) “ad Auschwitz saresti stata più attenta”, presenta molti lati interessanti e utili per capire svariati aspetti della crisi sociale e culturale italiana. Ancora di più è stimolante la motivazione addotta dalla docente per giustificare e spiegare la presunta motivazione educativa della frase stessa. L’insegnante, infatti, avrebbe detto, dopo l’apertura di una indagine ministeriale sull’accaduto di averlo fatto per “indicare un posto organizzato”.

Intolleranza scolastica istituzionale
Esiste pure la maleducazione istituzionale, infatti, in un recente comunicato di un piccolo sindacato indirizzato ad una Senatrice della Repubblica si scrive: “ L’ultima proposta della Senatrice rasenta il ridicolo e indigna non solo i dirigenti ma l’intero Popolo Italiano. Probabilmente nella sua carriera di docente avrà conosciuto qualche dirigente che non le andava a genio e che avrebbe voluto crocifiggere. Ora che è senatrice, invece di curare la sua ossessione, e gli incubi notturni che ne conseguono, scarica la sua libido repressa contro la categoria dei dirigenti scolastici……. Un consiglio glielo diamo comunque perché siamo preoccupati per la sua salute e equilibrio.


Aldo Domenico Ficara


venerdì 8 marzo 2019

Rappresentatività sindacale dei presidi





giovedì 7 marzo 2019

No smartphone, l’inutile conferma di Bussetti le scuole sono avanti


No smartphone, il Ministro continua a dispensare consigli. In questo caso risultano inutili, in quanto il divieto risale a dodici anni fa e le scuole sono avanti. L'esempio dell'Ambito 9 di Roma.
No smartphone, l'ultima dichiarazione del Ministro
Il Ministro ha rilasciato l’ennesima dichiarazione, confermando che si possono portare a scuola gli smartphone, ma devono essere spenti. Attenzione: non silenziati! L'intervento si conclude con la possibilità di utilizzarli per fini didattici.
No smartphone, nulla di nuovo sotto il sole
Il Ministro Bussetti non dice nulla di nuovo. L'indicazione conferma il Decreto Fioroni del 2007. Si legge: "In via preliminare, E' del tutto evidente che il divieto di utilizzo del cellulare durante le ore di lezione risponda ad una generale norma di correttezza... In tali circostanze, l'uso del cellulare e di altri dispositivi elettronici rappresenta un elemento di distrazione sia per chi lo usa che per i compagni, oltre che una grave mancanza di rispetto per il docente configurando, pertanto, un'infrazione disciplinare sanzionabile attraverso provvedimenti orientati non solo a prevenire e scoraggiare tali comportamenti ma anche, secondo una logica educativa propria dell' istituzione scolastica, a stimolare nello studente la consapevolezza del disvalore dei medesimi."
Il Decreto Fioroni, ovviamente fa riferimento al dispositivo più semplice: il cellulare che consentiva di effettuare/ricevere chiamate telefoniche, gestire SMS ( messaggini ) e MMS (foto e video). I più evoluti, ma allora erano poco diffusi, potevano connettersi alla Rete. Ecco perché il Decreto evidenzia solo gli aspetti di distrazione, e non i rischi insiti a una superficiale e insicura navigazione nel Web.
Oggi sono stati sostituiti, grazie alla loro ampia diffusione (2012), dagli smartphone
(letteralmente "telefono intelligente). Questi dispositivi sono dei piccolissimi computer tascabili.
Il nostro Regolamento (Ambito 9) ha anticipato il Ministro
La dichiarazione del Ministro conferma la distanza tra l'operato delle scuole e la percezione degli esponenti politici e tecnici. L'impressione è uno scollamento tra il vertice e la base, che si declina nella lezioncina che il Ministro di turno, gli esperti impartiscono in diversi contesti  alle scuole arretrate.
Eppure sarebbe sufficiente navigare nel Web, digitare in un qualunque motore di ricerca "Regolamento cyberbullismo..." Un esempio di pessimo funzionamento del servizio stampa del Miur
A questo aggiungo il sospetto che il Ministro non sia a conoscenza dell'esistenza della legge 71/17 che all'articolo 5 comma 2 impone ad ogni istituzione di integrare il regolamento con la parte riguardante il contrasto al cyberbullismo.
I Referenti per il contrasto al cyberbullismo dell'Ambito 9 (Municipio 3 e 15 -Roma) sono un
esempio di dinamismo delle scuole. Il Regolamento adottato da quindici istituti comprensivi impone che lo smartphone sia spento. L'inosservanza comporta delle sanzioni graduali.
Abbiamo avviato la settimana scorsa lo stesso percorso per le scuole secondarie di secondo grado.


                                                                       Gianfranco Scialpi

mercoledì 6 marzo 2019

Aldo Domenico Ficara: “Sto pensando di lasciare la scuola italiana”


Dopo aver assistito al pesante attacco mediatico fatto da un sindacato di Dirigenti scolastici ad una Senatrice della Repubblica, usando toni e frasi inaccettabili, nascono in me riflessioni di fondamentale importanza per trovare le giuste motivazioni nel continuare a dare il mio solito contributo culturale alla scuola pubblica statale. In oltre 30 anni di insegnamento ho sempre vissuto i rapporti interpersonali all’interno delle scuole nel nome del rispetto istituzionale verso il pensiero e le opere altrui. La democrazia in ogni dinamica lavorativa è stata il fondamento del mio agire. Oggi ho la consapevolezza, per i fatti sopra descritti, che parte della dirigenza scolastica non usa tale metro comportamentale e mi chiedo di conseguenza quali possano essere gli stimoli culturali e professionali per continuare il mio impegno all’interno del sistema scuola italiano. Ha ragione Rino di Meglio quando scrive “Non è accettabile che funzionari dello Stato con ruoli dirigenziali si esprimano con questa terminologia e questo tono”. Quindi per non essere ipocrita è difficile entrare ogni giorno in aula e fare finta di nulla, ovvero continuare a portare il mio democratico impegno didattico dentro l’istituzione scuola, quando l’esempio di alcuni Dirigenti va in altra direzione. Per quanto detto “Sto pensando di lasciare la scuola italiana”



Aldo Domenico Ficara

martedì 26 febbraio 2019

Il bambino “è scomparso”, ridotto a pacco postale

La scomparsa del bambino espressione di un contesto che ha perso il soggetto, riducendolo a oggetto, a pacco postale. L'esempio proviene, spesso da quei genitori che alimentano la diffusione di "Baby parking" e altro.
La scomparsa del bambino
"La scomparsa dell'infanzia" titolo di un famoso lavoro di Postman, certificava la perdita di identità del bambino, dovuta soprattutto all'esposizione del mezzo televisivo. In questo contesto, però, manteneva il profilo di soggetto, di persona anche se alterata o "adultizzata".
Attualmente assistiamo a un'involuzione, dove il bambino è sempre più inteso come un oggetto, un pacco postale. Purtroppo il macro-contesto che riduce tutto a oggetto, a merce di scambio, non poteva rimanere fuori dal rapporto genitori/figli.
Durante la settimana, per fondati motivi (=lavoro genitori), i nonni o le babysitter, depositano questo pacco in diversi ambienti (palestra, piscina...). Spesso queste attività sono intese come "riempitivi". Non rientrano in un progetto pedagogico famigliare. La situazione limite è il parcheggio davanti al televisore o alla console giochi.
I centri commerciali e i ristoranti esempi preoccupanti
Se tutto questo, come scrivevo sopra, può avere in alcuni casi un senso, non si comprendono invece le scelte dei genitori di depositare nei fine settimanaquesti pacchi postali nei baby-parking, predisposti nei centri commerciali. La definizione di questi spazi definisce di per sé la natura degli ospiti: cose e non chi! Se questi spazi si diffondono significa che esiste una domanda. Commercialmente, quindi la loro presenza ha una logica. Preoccupa la testa dei genitori. Il peggiore esempio, si ha nei ristoranti, nelle pizzerie. Quando i bambini (a volte piccolissimi") sono "parcheggiati" davanti al display di un tablet o smartphone, mentre i loro genitori possono consumare senza troppi fastidi il loro pasto.
Breve considerazione
I suddetti scenari si caratterizzano per assenza di dialogo, dove le parole e i discorsi aprono scenari emotivi e affettivi necessari per la costruzione del sé del bambino. A questo aggiungo la rinuncia ad una relazione autentica, fatta di "occhi negli occhi" (R. Cocciante) di sorrisi, di un tenersi mano nella mano e che trova il momento ideale per attuarsi nella ricorrente feria settimanale, cioè nel fine settimana. Se nella relazione genitori-figli questo manca o è fortemente penalizzato cosa resta? "Il trionfo della tecnica" che ha ridotto, per riprendere un'interessante riflessione di M. Heidegger, la persona a ente e oggetto. Pessima prospettiva!

domenica 24 febbraio 2019

I referenti provinciali della Riosum

Si pubblica l'organigramma della rete RIOSUM:


venerdì 22 febbraio 2019

I finanziamenti ai dipartimenti universitari eccellenti penalizza il meridione

La pubblicazione dei risultati del ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca dei 180 dipartimenti universitari eccellenti a cui andranno i 271 milioni di euro, previsti annualmente, per il quinquennio 2018-2022, dalla legge di bilancio 2017 porterà ad un netto squilibrio delle risorse finanziarie tra nord e sud del Paese.  In tutto, è scritto nella nota, si tratta di un finanziamento pari a oltre un miliardo e 300 milioni destinati a valorizzare l’eccellenza della ricerca con investimenti in capitale umano, infrastrutture e attività didattiche di alta qualificazione ma dei 180 progetti finanziati ben 106 sono di università del Nord, 49 del Centro e solo 25 del Sud. Se il Sud arranca anche il Centro Italia non ride.

martedì 19 febbraio 2019

Genitori violenti, la scarsa percezione del profilo pubblico della scuola


Genitori violenti, aumentano le notizie di un disastro educativo. Le cause sono diverse. In alcuni casi, però dipende dalla mancata percezione che la scuola è un servizio pubblico con regole e norme Senza dimenticare la formazione dell'uomo e del cittadino (Costituzione).
Genitori violenti, pessime notizie dalle scuole
Genitori violenti verso il personale scolastico. Dalle scuole arrivano solo pessime notizie. Quasi tutte ripetono il canovaccio di un rapporto compromesso con l'utenza. In altri termini, siamo di fronte a un disastro educativo!
L'ultima in ordine di tempo ha visto protagonista una collaboratrice scolastica. Si legge sul portale Alessandria Oggi: "Si tratta di un’aggressione avvenuta negli ambienti del Comprensorio di Molare (Scuole Elementari), dove la donna, dopo aver negato al padre il permesso di accedere in orario di lezione alla classe insieme al figlio, è stata violentemente strattonata. L’uomo, un italiano di circa 40 anni, che voleva trasportare lo zaino del figlio fin dentro l’aula (pare che il ragazzino non fosse al momento in perfette condizioni fisiche), ha reagito male quando la collaboratrice scolastica lo ha fermato offrendosi di farlo al suo posto, dal momento che, durante le lezioni, non è consentito l’accesso ai genitori salvo in casi eccezionali."
La scuola è un servizio pubblico, la famiglia invece...
La scuola è un'istituzione che offre un servizio pubblico con finalità culturali. La sua natura impone relazioni normate con l'utenza. Regole che devono considerare i suoi fini prospettici di promozione dell'uomo e del cittadino (Costituzione). In alcuni casi devono essere maggiormente vincolanti, in considerazione della minore età di quasi tutti gli studenti. Molti genitori di alunni e studenti, invece, sono convinti che l'istituzione scolastica sia un'espansione della famiglia. Qui ritroviamo la cifra del nostro tempo con le sue contraddizioni, il saluto dalle regole e dal futuro, l'abbraccio al "Mi piace" pulsionale, al perseguimento di un  deleterio sovranismo psichico (Censis, 2018) che  trasforma i figli in totem  per i quali si è disposti a tutto, anche andare "al di là del bene e del male" ( F. Nietzsche). 
Il familismo che compromette la percezione del profilo pubblico della scuola 
La percezione è favorita dalla relazione quasi amicale con i docenti (soprattutto nella scuola dell'infanzia e primaria), dalla convinzione che la scuola debba riempire le teste di contenuti e procedure, piuttosto che formarle. Paradigma culturale coerente con l'abbandono della prospettiva, a vantaggio di un presente onnipresente. A questo contesto di basso profilo culturale si richiede uno stare insieme, finalizzato a svolgere attività solo divertenti e interessanti, mettendo al bando l'impegno e lo sforzo per quelle più noiose e preferendo una promozione senza formazione. Siamo di fronte a un contesto assimilabile a un parco dei divertimenti, a un Luna Park dove l'aspetto pulsionale ("Mi piace"/"Non mi piace") è determinante per la valutazione dell'offerta. Non esiste regola o limite esterno a questa fruizione illimitata. Tutto è governato dall'Io sempre più ipertrofico.
Il pessimo risveglio del genitore
E' prevedibile quindi la reazione violenta, quando il genitore scopre che il profilo istituzionale della scuola, è costituito da norme e regole per la maggior parte finalizzate a tutelare l'integrità fisica degli alunni/studenti minorenni (è il caso presentato all'inizio). Medesima reazione si ha di fronte alla frustrazione del totem-figlio di fronte a un voto commisurato al suo scarso impegno. E' un brutto risveglio, considerando che la presa di coscienza coinvolge gli operatori scolastici che obbligatoriamente devono far prevalere le ragioni di un servizio pubblico che persegue anche finalità culturali e prima di tutto costituzionali (formazione dell'uomo e del cittadino).


                                                                                                                   Gianfranco Scialpi