sabato 9 dicembre 2017

“Liberiamo” le mappe concettuali!


Il limite di molte mappe concettuali
Quasi tutte le proposte formative riguardanti la progettazione per mappe concettuali hanno un vizio di fondo: la totale identificazione con il cartaceo. Ora senza nulla togliere alla scrittura a mano o per mezzo della stampa, le mappe concettuali hanno bisogno di andare oltre. I motivi sono diversi, quasi tutti però afferiscono alla teoria costruttivistica dell’apprendimento, che molto deve allo sviluppo delle neuroscienze.
Il nostro pensare “per finestre”
E’ assodato, infatti, che il nostro modo di ragionare e di comunicare procede per link, sottolink o se vogliamo per directory e subdirectory. In altri termini pensiamo e parliamo per concetti e sottoconcetti, i quali se si presentano con le caratteristiche della significatività risultano inseriti in una rete di collegamenti. Gli studiosi Novak e Gowin fanno dipendere la profondità concettuale con il numero dei collegamenti che afferiscono al concetto, il quale a sua volta diventa punto di partenza per altri collegamenti . Siamo di fronte a una mente reticolare ( software ) che rispecchia fedelmente il suo hardware: il cervello organizzato per sinapsi.
L’asimmetria tra il cartaceo e il nostro modo di pensare
In questo contesto le mappe concettuali cartacee costringono la nostra mente a frenare la sua natura reticolare, costringendola anche ad una staticità cognitiva che non le appartiene. Mi spiego sul secondo punto. Ogni lavoro cartaceo, ma il discorso si estende a qualunque produzione artistica “ è consegnato”, diventando un prodotto, che si caratterizza per la sua staticità, fissità e di conseguenza diventa immodificabile. Questa sua natura si colloca asimmetricamente rispetto alla dinamicità della nostra mente, ma anche agli sviluppi delle scienze. Ecco spiegati i motivi di più edizioni di un libro o al rifacimento di opere teatrali o brani musicali.
Il contesto naturale delle mappe
Dal ragionamento si deduce che le mappe concettuali se non riescono a trovare prevalentemente e stabilmente una loro collocazione in un contesto ipertestualizzato, rischiano di assomigliare a una macchina di grossa cilindrata utilizzata però solo in un contesto urbano. Per realizzare questo però occorrono docenti-formatori conoscitori delle teorie costruttivistiche, esperti di software strutturanti e destrutturanti la conoscenza e soprattutto disposti a sperimentare percorsi e itinerari più aderenti con il modo di ragionare dei “nativi digitali”, ossia dei nostri studenti.

Gianfranco Scialpi