D’Avenia risponde a E.: un fuoco originario spento dall’ insoddisfazione per un mondo della scuola che tratta gli insegnanti come servi



Riportiamo la risposta di Alessandro D’Avenia alla lettera inviatagli da E.:
Cara E.,
la tua età non conosce mezzi termini, età fatta per l'assoluto, diapason sensibilissimo a ciò che è vero, bello, buono. Senza mezzi termini, senza sfumature, come le tue righe dimostrano. Senza pietà (al netto di uno sfogo) verso le umane debolezze. La vita ti porterà ad essere più comprensiva (ci manderai in purgatorio e non all'inferno, magari), perché si incaricherà di dimostrarti che siamo tutti un po' "difettosi" o a volte semplicemente stanchi, saprai scorgere dietro un professore una storia che a qualche bivio si è persa, un fuoco originario spento da fatica e insoddisfazione per un mondo della scuola che tratta gli insegnanti come servi. Non che questo giustifichi la mancanza di professionalità: sarebbe come accettare un piatto avariato in un ristorante, perché lo chef quel giorno è nervoso. Ma come dici tu, tutto può cambiare e dipende proprio da voi, non solo da noi. Potreste alzarvi in piedi e rimanere un minuto in silenzio di fronte ad una lezione insopportabile, non preparata, dedicata a parlare di problemi personali o a sparlare dei colleghi. Così come potreste ringraziare per una ben fatta, che lascia il segno, che desta curiosità e studio (a volte la nostra stanchezza dipende dal vostro menefreghismo). Richiamateci voi alla grandezza del nostro mestiere. Non adattatevi alle nostre debolezze, alle nostre ritirate, alle nostre mancanze. Non fatevi rubare la libertà e la sete dalla nostra grettezza. Non ci schioderete mai dalle nostre cattedre, dalle quali possiamo fare tutto quello che vogliamo senza subire - o quasi - conseguenze. Abbiamo un po' di potere ed è a voi che lo faremo scontare, a voi faremo scontare le nostre sconfitte e frustrazioni. Non lo volete? Richiamateci all'ordine, pretendete qualità. Fate la rivoluzione della qualità, "occupate" la lezione (non la scuola) e pretendete che sia bella, solo questo, bella: cioè vera e interessante, anche se impegnativa. Se non siamo all'altezza richiamateci alla nostra altezza. Lo avete questo coraggio? Non lo avete capito che questa è l'Italia in cui in un posto pubblico, se non lavori come si deve, sono i cittadini che devono puntare i piedi e pretendere un cambiamento? Non lo avete ancora capito che questa è l'epoca in cui sono i figli a dover richiamare i padri alla loro identità? Sarete capaci di sopportare questo fardello? O vi accomoderete nella facile complicità di chi così può starsene tranquillo, perché tanto il professore è il primo a non far nulla? Cercate gli insegnanti che ci mettono anima e corpo, ci sono. Chiedete a loro di fare lezione, oppure andate nelle loro classi ad ascoltare, come faceva quella studentessa che all'intervallo si faceva rispiegare gli argomenti da un professore della stessa scuola disposto a dedicarle quei 15 minuti di qualità. Rivoluzionateci, con rispetto, ma con forza. Perdonate le nostre umane debolezze, soprattutto se sono solo contingenti. Questo mi piace della tua rivoluzione, E., che non vuoi eliminarci, ma ripararci. La buona notizia è che tu vuoi "cambiarci" perché noi possiamo "cambiarvi".
Un abbraccio
A.